Il dialogo. Il fascino di una parola che fa conoscere mondi e ritrovare se stessi

Dialogare non è semplicemente parlare. La parola, intesa come mero strumento significante, la parola come termine logico-grammaticale non garantisce l’esperienza del dialogo. Non basta scambiarsi delle parole, non è sufficiente trasferire informazioni. Vi sono comunicazioni piene di parole, chiacchierate interminabili, chat copiose che non sfiorano minimamente l’esperienza del dialogare.

Il dialogare, infatti, non è il mero conversare, non è il mero comunicare contenuti. Quante parole vengono spesso scambiate tra genitori e figli, quante tra professori e alunni, quante tra amanti. Quante parole sui social, quante parole in politica, quante parole senza alcuna forma di dialogo. Si scambiano parole anche la vittima ed il carnefice, due intelligenze artificiali, due profili di Instagram, il bambino e il suo pappagallo.

Non è dunque la parola, banalmente detta, a garantire l’esperienza del dialogo e, contrariamente a quanto si pensi, è possibile persino dialogare senza parole.

Per accedere all’esperienza del dialogo la parola deve essere sempre doppiata da una seconda comunicazione, deve essere sempre intrisa di un senso altro rispetto al suo contenuto. Nella parola devono risuonare gli echi di un mondo aperto all’altro. La comunicazione esplicita delle informazioni deve sempre poggiare su un sostrato implicito che abita le sfumature dell’agire dei soggetti implicati. Una comunicazione che vive tra le righe, tra le parole, tra le lettere. Una seconda comunicazione che avviene involontariamente, all’insaputa dei dialoganti, con la quale essi si dicono di un interesse autentico verso la vita dell’altro, con la quale essi esprimono una vera e propria dichiarazione d’amore.

È solo alla luce di tale dichiarazione d’amore che può avere luogo il dialogo. Una dichiarazione con la quale si esprime l’intenzione di aprire il proprio mondo all’altro. Ed è solo tale apertura a rendere possibile l’esperienza del dialogo stesso.

E come ogni apertura, essa implica la possibilità dell’uscire e dell’entrare. Da un lato dunque la disponibilità all’esposizione del proprio mondo, della propria vita; dall’altro, la disponibilità alla contaminazione, all’intrusione, alla confusione, alla conquista del proprio mondo ad opera dell’altro. La disponibilità a mettere a rischio la propria vita.

Esporre il mio mondo significa proprio consentire che esso possa trasparire nei miei gesti, consentire che possa trapelare nel mio comportamento. Significa farsi cassa di risonanza delle voci che provengono dalla mia terra. È proprio per questo motivo che non vi sono dialoghi sui social network. Il presupposto fondamentale dell’accesso ai social, e cioè l’esigenza di essere prossimi agli altri senza essere riconosciuti, rende impossibile l’esperienza del dialogo stesso. La mancata autentica implicazione della propria vita, la mancata apertura del proprio mondo, la mancata responsabilità minano alla base l’esperienza stessa del dialogare.

In tal senso, il dialogo non avviene mai nel proprio mondo, ma sempre in una terra di nessuno, una terra nella quale è possibile solamente co-creare, alla quale si accede solamente abbandonando i confini sicuri del proprio territorio. Ed è solo tale deterritorializzazione a renderci disponibili al dialogo con l’altro.

Non può esistere, dunque, dialogo in assenza di una disponibilità a perdere qualcosa, una disponibilità a perdersi. Ed è tale disponibilità ad abbandonare le proprie certezze a rendere possibile l’apertura all’altro. Abbandonare le proprie certezze significa abbandonare il controllo sul nostro mondo, quel controllo che mettiamo in atto compulsivamente per evitare l’affaccio traumatico sull’abisso dell’inquietudine e dell’angoscia, l’incontro mortifero con l’assenza di senso.

Abbandonare il controllo significa dunque riconoscere e convivere con un non sapere, una manchevolezza originaria, una debolezza e ammettere la necessità di uno spossessamento. È solo questa consapevolezza a renderci disponibili al dialogo con l’altro. Il non sapere su di sé, l’abbandono delle certezze sulla propria vita, la distruzione di quella concrezione compulsiva che è il nostro Io, ci consentono di entrare autenticamente in relazione con l’altro e di dar vita con lui ad uno spazio intersoggettivo entro il quale co-creare un nuovo territorio condiviso.

Ed è solo all’interno di tale territorio condiviso che il soggetto trova se stesso. È solo in tale zona d’incontro che il soggetto può riconoscersi autenticamente. La decostruzione del proprio Io fortificato, condizione imprescindibile per poter accedere all’esperienza del dialogo, è, dunque, l’unica strada per l’incontro con il proprio sé autentico che avviene sempre nella relazione con l’altro.

È dunque solo nel dialogo con l’altro che il soggetto, disposto a perdersi, ritrova se stesso.